
QUADERNO secondo/3.
L'avventura della filosofia
entra nella modernit.
 (Capitoli Cinque, Sei e Sette del manuale di L. Ardiccioni,
Filosofia, 2, G. D'Anna, Messina - Firenze. La parentesi dopo la
fonte di ciascuna lettura contiene il rimando alla pagina di
questo volume).
Introduzione. La filosofia di fronte alla crisi.
Con l'inizio dell'epoca moderna i luoghi assoluti della cultura
classica e medioevale entrarono in una crisi irreversibile. I
motivi furono soprattutto tre: un cambiamento radicale nella
concezione geologica e cosmologica della Terra, la nascita della
scienza moderna con la rottura del rapporto fisica-metafisica, la
fine dell'unit religiosa dell'Europa con le conseguenti guerre di
religione. La filosofia fu direttamente coinvolta in questa serie
di sconvolgimenti epocali: l'autorit dei filosofi classici
cominci ad essere avvertita come un ostacolo al progresso del
sapere, la gloriosa metafisica aristotelica poi ne usc del tutto
screditata.
Come ci si rese conto dell'enormit della crisi in atto, la
filosofia si propose il compito di ripensare radicalmente se
stessa nella nuova situazione; questa riflessione and avanti per
molto tempo. All'inizio essa si orient in due direzioni: subire
la crisi e rifugiarsi nello scetticismo, oppure reagire cercando
di uscirne con proposte nuove. In quei periodi della storia
passata in cui erano avvenuti radicali cambiamenti ed i
protagonisti dell'epoca avevano avvertito in profondit la crisi
dei valori e dei punti di riferimento tradizionali, la filosofia
se ne era fatta interprete dando spazio a conclusioni
relativistiche e scettiche. Ci si era gi verificato in diverse
occasioni: ai tempi della crisi dell' thos di Atene negli anni
della guerra del Peloponneso (vedi Quaderno primo/2), ai tempi
della nascita della societ ellenistica (vedi Quaderno primo/4),
infine quando entr in crisi l' thos di Roma (vedi Quaderno
primo/6). Negli stessi periodi di crisi per era sorto anche un
altro tipo di pensiero, stimolato dalla crisi ma non rassegnato ad
essa, anzi orientato ad una rifondazione epistemica del sapere su
altre basi. Entrambe queste posizioni le ritroviamo alla nascita
della modernit; con il movimento libertino da una parte e la
proposta cartesiana di una nuova metafisica dall'altra.


G. Zappitello, Antologia filosofica,  Quaderno secondo/3.
Introduzione.
La risposta scettica alla crisi. I libertini.
Cominciamo con un'analisi della risposta scettica a quella crisi
epocale da cui nacque la modernit, perch essa fu la pi
immediata e la pi logica. Il movimento libertino divent un
fenomeno culturalmente rilevante gi durante la guerra civile fra
cattolici e ugonotti, che insanguin la Francia nella seconda met
del Cinquecento, e crebbe d'importanza negli anni successivi. Su
di esso  evidente l'influenza di correnti filosofiche
rinascimentali, fra cui un posto preminente deve essere dato a
Pomponazzi e ai suoi discepoli e anche ai seguaci
dell'epicureismo. Una notevole importanza ebbe anche la messa in
discussione del sistema geocentrico e l'affermarsi
dell'eliocentrismo, che permetteva una nuova concezione
dell'universo. Infine non bisogna dimenticare le grandi scoperte
geografiche. Ma l'esperienza della guerra civile fra cattolici ed
ugonotti fu determinante, come ricorda lo storico H. Kamen, che
riporta la frase significativa di un uomo politico dell'epoca:
Sono state le nostre guerre di religione a farci dimenticare la
religione (Il secolo di ferro, Laterza, Bari, 1977, pagina 329).
Il durissimo scontro fra cattolici ed ugonotti, con le reciproche
stragi (la notte di S. Bartolomeo fu la pi famosa, ma non certo
l'unica) e le teorie monarcomache con i numerosi atti di
terrorismo contro re e capi-fazione, aveva portato la Francia
sull'orlo della disintegrazione nazionale. Inoltre questa guerra
aveva messo in crisi la credibilit del cristianesimo e l'autorit
morale della Chiesa. Tutto ci cre un terreno favorevole allo
scetticismo, che divenne ben presto un movimento culturale di
successo e fin con il dominare i salotti parigini della prima
met del Seicento. I suoi sostenitori furono chiamati (dagli
avversari) "libertini". Essi, pur presentando idee abbastanza
diversificate, avevano in comune il fatto di non schierarsi con
nessuna delle due parti in lotta, n con i cattolici, n con gli
ugonotti, e di esprimere un atteggiamento fortemente critico verso
il cristianesimo nel suo insieme e verso qualsiasi principio
d'autorit.
A questo proposito possiamo accennare ad alcuni fatti
significativi. Per esempio, nell'ambiente dei libertini circolava
in quegli anni un libello dal significativo titolo: I tre
impostori, in cui l'autore, ovviamente anonimo, s'impegnava a
smascherare il carattere meramente politico della predicazione di
Mos, Ges e Maometto.
Ancora:un libertino fra i protagonisti dell'epoca, F. La Mothe le
Vayer (1588-1672). Egli ebbe occasione di viaggiare molto e di
visitare la Cina. Nel 1641 usc una sua opera dal titolo
significativo: Le virt dei pagani. In essa era sostenuta la tesi
che i pagani (egli si riferiva soprattutto al popolo cinese),
erano per certi aspetti migliori dei cristiani, soprattutto per il
fatto di essere tolleranti e di non fare guerre civili a causa
della religione. La sua opera favor la diffusione in Europa del
mito di una Cina deista e tollerante, in sintonia con le
aspirazioni di molti intellettuali dell'epoca. Fra gli altri anche
Voltaire avvalor l'immagine di una Cina antidogmatica, tollerante
e deista nell'opera Saggio sui costumi. La simpatia per la Cina
arriv ad influenzare la moda e nel Settecento i salotti dei
ricchi si riempirono di cineserie. .
Indicativo dell'epoca  infine l'episodio di quel libertino che,
rimproverato dal confessore per il suo comportamento immorale,
reag elencando tutti i crimini che in nome della religione
venivano compiuti in quel periodo.
Gli appartenenti a questo movimento ricercavano nelle antiche
scuole filosofiche del periodo ellenistico se non proprio una
soluzione ai problemi dell'epoca, almeno un rifugio, una
consolazione, un po' di saggezza. Sul piano teoretico essi si
orientarono decisamente verso lo scetticismo, sulla scia di
Montaigne, che i libertini consideravano come il loro comune
maestro (confronta manuale, pagina 47, n. 55). Per quanto riguarda
la filosofia pratica alcuni furono simpatizzanti dello stoicismo,
i pi espressero la loro simpatia per l'epicureismo.
Quando alla fine del Cinquecento, con l'editto di Nantes (1598),
la burrasca cominci a placarsi per lasciare spazio alla
riflessione su quanto era successo, i libertini divennero gli
intellettuali pi ascoltati dell'epoca. Il padre Mersenne,
impressionato dal loro successo (ne enumerava cinquantamila nella
sola Parigi), scrisse alcune opere contro di loro, fra cui una
particolarmente voluminosa dal titolo L'empiet dei deisti, degli
atei e dei libertini (1624). Egli si impegn a contrastarli sul
piano delle idee ed a questo scopo chiese aiuto a Descartes e ad
altri illustri esponenti del pensiero scientifico di tutta Europa
per contrapporre i successi della scienza al relativismo e allo
scetticismo.
Considerando che stiamo parlando di un fenomeno comunque elitario,
mal sopportato dalle autorit ecclesiastiche e civili, il numero
di libertini indicato da Mersenne nella sua opera appare pi che
ragguardevole. Bisogna tener presente anche il fatto che molti di
loro rivestivano cariche importanti nell'amministrazione pubblica
e preferivano tenersi per s le loro idee, dato il rischio reale
di essere allontanati dal posto di lavoro o di precludersi la
possibilit di far carriera sotto lo Stato. Un esempio a questo
proposito ci  dato dal gi menzionato La Mothe le Vayer, il quale
con gli amici si proclamava esplicitamente ateo; nello stesso
tempo si mostrava in pubblico molto ossequioso verso la religione
cristiana, sperando in questo modo di ottenere un posto nei ranghi
dell'amministrazione pubblica. Egli si adeguava ad una regola di
vita molto comune fra i libertini, che veniva sintetizzata nel
motto latino Intus ut libet, foris ut moris est (Dentro  come pare
a te, fuori secondo le mode del momento) .
E' opportuno ricordare anche Savinien de Cyrano (1619-1655), pi
noto come Cyrano de Bergerac, un personaggio molto popolare nei
salotti dell'epoca, gentiluomo con una notevole tempra di
scrittore. Di questo personaggio si sono impadroniti di recente il
cinema ed il teatro, rendendolo famoso anche ai giorni nostri. Nei
suoi scritti egli si mostra molto critico verso il cristianesimo,
mentre  entusiasta per le nuove scoperte scientifiche. La sua
opera pi famosa: L'altro mondo o gli Stati  dell'Impero della
Luna, manifesta in mezzo a tanti e spesso divertenti prodotti di
fantasia, la simpatia dell'autore per le teorie scientifiche pi
nuove, fra cui quella sull'infinit dei mondi, sull'eternit
dell'universo, sul moto perpetuo, sull'esistenza del vuoto, sul
fatto che la terra non sia pi al centro del cosmo, che l'uomo non
sia pi al centro della terra, che tutto sia frutto di un lungo
processo della natura di tipo evolutivo. Molti dei pi famosi
Pensieri di Pascal sull'uomo e sull'universo si ispireranno ai
suoi scritti.
Sul piano teoretico prevalse la posizione di Montaigne. Egli
afferma nei suoi Saggi: Il mondo non  altro che una continua
oscillazione. Tutte le cose vi si agitano senza posa (terzo, 2).
In questa situazione la scelta pi ponderata  la sospensione del
giudizio, che egli espresse con la domanda Che cosa so io?. Per
quanto riguarda la religione egli ne riconosceva la validit come
fenomeno naturale e quindi universale, ma negava valore ai dogmi,
considerandoli frutto di convenzioni umane e perci soggetti alla
critica. Le guerre di religione erano quindi senza
giustificazione. La sua conclusione pratica era che in simili
frangenti il saggio dovesse formarsi una sua interiore sfera di
libert e custodirla gelosamente dagli attacchi esterni, dagli
elementi di crisi del suo tempo.
Il suo esempio sugger ai libertini francesi l'idea di
riconsiderare e di rivalutare la figura del saggio, gi
elaborato dai filosofi del periodo ellenistico. Essi non solo
presero sul serio questo ideale, dimostrando quanto fosse sentita
la necessit di ritrovare una serenit interiore, ma lo
reinterpretarono e lo adattarono al proprio tempo con una notevole
originalit.
Abbiamo un esempio di ci nella teorizzazione del concetto di
honnttet da parte del cavaliere di Mr (1607-1684), che godeva
dell'amicizia e della stima di Pascal. Egli accost l'idea del
saggio stoico a quella del gentiluomo di corte, le cui principali
doti dovevano essere il decoro, il senso dell'onore, la cortesia,
l'attenzione ai particolari, la finezza d'animo, il controllo
delle passioni; il tutto finalizzato al raggiungimento della
felicit o almeno di una serenit interiore. Questo ideale del
saggio antico, ripensato per l'uomo di corte del Seicento, diventa
alla fine nelle intenzioni del cavaliere di Mr una proposta
filosofica con pretese di universalit.
Il cavaliere di Mr era un accanito giocatore. Fra una partita e
l'altra egli si pose il problema se fosse possibile stabilire un
rapporto fra il suo desiderio di verit (e di vincere) e quella
componente di casualit che costituisce il fascino del gioco
d'azzardo. Questo tipo di rapporto si inseriva in un contesto
relativistico, ma nello stesso tempo l'esigenza del giocatore era
di superare il relativismo o almeno di porlo sotto controllo. E
ci sembrava possibile solo con il ricorso alla matematica. Mr
era un matematico dilettante, ma aveva fra gli amici uno dei
massimi esperti di matematica dell'intera Europa, cio Pascal.
Cos decise di coinvolgerlo in una serie di problemi del tipo:
Quante volte si deve lanciare una coppia di dadi perch la
probabilit di ottenere un doppio sei sia almeno del 50%?, oppure
Come deve essere divisa  la posta quando due giocatori decidono
di comune accordo d'interrompere il gioco prima che l'intera posta
sia stata vinta da uno dei due?. Nacque cos la prima teoria
delle probabilit, la cosiddetta concezione soggettivistica,
secondo la quale la probabilit di un evento  il rapporto tra il
numero dei casi favorevoli ed il numero dei casi possibili (
pagina 143). Essa viene utilizzata ancor oggi dagli esperti di
statistica.
Concludiamo riassumendo. Nella prima met del Seicento i salotti
di Parigi esprimevano quella vivacit intellettuale che era una
delle caratteristiche della Francia dell'epoca. In quei salotti la
cultura emergente era quella dei libertini, una cultura
alternativa e provocatoria. Fra coloro che accettarono la sfida
due pensatori cattolici devono essere ricordati per la loro
importanza, Descartes e Pascal. Il primo, fiducioso nella ragione,
nel metodo, nella scienza, s'impose il grande compito di ritessere
la tela della metafisica per combattere lo scetticismo con delle
conoscenze certe ed inoppugnabili, fondate sull'evidenza. Il
secondo invece valut con pi attenzione ed interesse la
provocazione culturale dei libertini e pose al centro del
dibattito filosofico, in esplicita polemica con le pretese
epistemiche della ragione, gli aspetti dialettici del lgos umano.
Non solo ma egli allarg il discorso alla dialettica
dell'esistenza in cui l'uomo  inserito, arrivando ad una serie di
risultati molto originali.
